
Siamo solidali con il Sindaco di Impruneta Ida Beneforti, che denuncia un vero e proprio scandalo a livello istituzionale, ovvero che ci siano figli e figliastri, cioè Comuni che devono rispettare certe regole, altri no, come Roma, Catania o Taranto.
Roma è la capitale, ha già molti finanziamenti e risorse in più rispetto agli altri Comuni. Perché privilegiarla? Catania, che si trova in una regione a statuto speciale come la Sicilia, riceve già contributi molto vantaggiosi e si vede arrivare una regalia governativa di 150 milioni di euro: perché? Il Comune di Taranto è andato in bancarotta e porta a casa un altro finanziamento agevolato: perché? Sono Comuni amministrati dal Centrodestra, ma questo non significa niente: avremmo detto esattamente le stesse cose anche se fossero stati governati dal Centrosinistra e se le parzialità le avesse fatte un Esecutivo Prodi anziché Berlusconi (del resto le proteste vengono anche dallo schieramento governativo attraverso i Sindaci della Lega e l’astensione dei Deputati del Carroccio sulla mozione del Partito Democratico per allentare i vincoli ai Comuni, approvata giovedì dal Parlamento). È il principio, infatti, che non è accettabile, e forse nemmeno costituzionale.
Più volte, come la Collega Beneforti, abbiamo puntato il dito sui problemi derivanti dai vincoli del patto di stabilità: i suoi problemi sono il nostro quotidiano, ovvero soldi fermi nelle casse comunali, impossibile spenderli. Certo, li abbiamo utilizzati per estinguere alcuni mutui dei decenni passati. Ma, sia chiaro, noi Comuni siamo soggetti ad un doppio vincolo: da un lato non possiamo superare un certo budget nell’attivazione di mutui ogni anno (una liquidità peraltro disponibile solo negli anni successivi), dall’altro, nello stesso anno, non possiamo materialmente spendere più di una certa cifra, che corrisponde a quella derivata da mutui accesi negli anni precedenti. Questo meccanismo ha impedito per esempio a Bagno a Ripoli di realizzare gli impianti di baseball ad Antella e ad utilizzarne le risorse per estinguere i debiti. Non è stata una scelta politica! Così facendo, si dirà, i Comuni hanno contribuito a risanare il bilancio dello Stato. È vero e ne siamo consapevoli e in un certo senso fieri, ma perché, se i Comuni sono stati uguali nel tirare la cinghia’, alcuni Comuni sono poi più uguali degli altri’? Questo è immorale.
Altro problema: ogni anno cambiano i criteri di determinazione del Patto di Stabilità e i Comuni vengono informati praticamente il 31 dicembre dell’anno prima. Come si fa a programmare il futuro delle nostre Comunità? Non si potrebbe avere un Patto di Stabilità per esempio triennale? Lo stesso con le alienazioni. Fino al 2008 vendere un immobile o un terreno comunale poteva essere vantaggioso. Oggi scopriamo che dal 2009 potrebbe non essere più così perché è cambiato il meccanismo: come si può pensare ad un serio Piano delle alienazioni? Non c’è risposta
Un’altra riflessione investe le risorse per il sociale: che senso ha tagliare i finanziamenti ai Comuni per il sociale e da Roma erogare la social card? Che senso ha gestire il sociale (e lo sviluppo cui è legato) senza avere il contatto con i servizi locali, il volontariato, le singole realtà cittadine anche economiche, le relazioni di una Comunità? Non c’è federalismo senza questa partecipazione: c’è lo smantellamento dello stato sociale, dei servizi. Solo i Comuni e le Società della Salute conoscono le realtà locali e possono non sprecare le risorse. Da questo punto di vista, segno forse del distacco delle istituzioni nazionali dai problemi del Paese, è preoccupante anche l’atteggiamento dell’opposizione di Centrosinistra, che si limita ad attaccare i vari bonus solo per l’esiguità delle risorse, senza capire che è il concetto stesso di bonus assegnato da Roma a minare lo stato sociale, quello che noi vogliamo invece preservare e migliorare attraverso anche l’integrazione virtuosa tra pubblico e privato in una rete di convenzioni che possa rispondere alle varie e diversificate esigenze e garantire livelli economici di accessibilità.
Chiudo con una battuta’ amara. Il Ministro della funzione pubblica Renato Brunetta se la prende con quelli che lui chiama fannulloni’. Siamo d’accordo: troviamo le forme giuste e democratiche per stanare chi è fannullone’ davvero e procediamo, ma come accetta le elargizioni a pioggia a Comuni dove evidentemente non tutti hanno fatto il proprio dovere?”